Cassini:destinazione finale.

In attesa del gran finale, previsto per il 15 Settembre 2016, allorché essa terminerà la sua epopea  esplorativa  del signore degli anelli ( cominciata nel 2004), la sonda Cassini già nelle prossime ore ci delizierà con una delle ultime fasi di missione: il rendez-vous con gli anelli di Saturno.  Dal 26 aprile infatti la sonda inizierà una discesa in quelle complesse strutture ghiacciate al fine di meglio comprenderne età e composizione analitica. Per 4 mesi gli scienziati della joint venture di Nasa, Esa e Asi, raccoglieranno dati ed immagini inedite che si aggiungeranno al copioso materiale già raccolto con Saturno e con la sua  luna più grande, Titano, su cui nel 2005 si posò il lander Huygens  e che la Cassini ha sorvolato 127 volte fino allo scorso 22 Aprile ( nel corso dell’orbita n° 270 con un flyby a meno di 1000 km dalla superficie della luna), dischiudendo alla comunità scientifica un inatteso modo liquido di idrocarburi.

anelli Saturn

Il complesso sistema di anelli di Saturno ripresi dalla sonda Cassini. Essa è stata così battezzata in onore di Giovanni Domenico Cassini (Perinaldo, 8 giugno 1625 – Parigi, 14 settembre 1712), l’astronomo italo francese scopritore tra l’altro della lacuna tra gli anelli A e B, nota appunto come Divisione di Cassini .

Questa fase di missione prevede 22 immersione negli anelli più interni e per l’occasione la grande antenna dell’orbiter a forma di disco verrà posizionata a scudo contro la miriade di piccoli detriti che verranno incontrati nella discesa. Durante l’immersione Cassini sarà quindi fuori contatto radio. La visita ravvicinata degli anelli ha lo scopo di far luce sulla loro ancora misteriosa natura: la puntuale analisi dell’età e della composizione di questi sarà in grado di indicare se essi si siano formati con lo stesso pianeta orbitato o piuttosto a seguito dell’ accrezione del materiale disperso lungo l’orbita di Saturno dalla disgregazione esplosiva di una sua antica luna.

Il sempre più marcato avvicinamento al pianeta fornirà anche l’occasione per studiarne da vicino il  campo gravitazionale, quello magnetico e la sua atmosfera.La mappatura che ne seguirà potrà spiegare una volta per tutte il mistero della velocità di rotazione di Saturno. Durante la rivoluzione finale la sonda raccoglierà anche altri preziose informazioni, capaci di aggiungere un tassello alle conoscenze relative all’evoluzione dei giganti gassosi.

Poi il 15 Settembre 2017 alle ore 9:45 a.m. GMT tutto sarà finito.La Cassini, una volta entrata nella densa atmosfera del pianeta, si disintegrerà ponendo fine alla sua feconda avventura scientifica attorno al signore degli anelli. Lanciata nel 1997, arrivò al close-up del secondo gigante gassoso del sistema solare esterno nel 2004 fornendo da subito quelle dettagliate immagini mozzafiato che non fu possibile riprendere con la tecnologia imbarcata ai tempi delle sonde Pioneer 11 e Voyagers 1 e 2. Tra le scoperte memorabili di Cassini e del lander Huygens, ricordiamo quella già anticipata dei laghi e mari di idrocarburi su Titano (ad opera del lander ), la scoperta di oceani liquidi (prezioso indice della possibilità, seppur remota, di vita biologica in quei mondi così lontani) sotto i ghiacci della luna Encelado e dei fenomeni di crio-vulcanismo su di esso attivi, la mappatura ( in alcuni casi inedita) ad alta risoluzione  di altre lune come Pandora.

La missione è durata complessivamente più di quanto previsto: fu estesa una prima volta nel 2008 e poi nel 2010 ed ora la sonda è a corto di carburante.La scelta di porre fine alla missione è quindi obbligata. Distruggendosi come una meteora, Cassini eviterà tra l’altro di inquinare il terreno con frammenti di manufatti umani, cosa che sarebbe potuta capitare in caso di schianto incontrollato se come destinazione finale si fosse scelta una sua luna.

palu_ble_dot_Saturn

Immagine ripresa il 19 Luglio 2013 dai ccd della sonda Cassini da 1,9 miliardi di chilometri dalla Terra. La nostra casa nel cosmo e la Luna ( quasi impercettibile) sono quei granelli di polvere sospesi nello spazio interplanetario immortalati in basso a destra sotto il sistema degli anelli.

Una delle più celebri immagini inviate da Cassini  è quella che immortala ancora una volta il nostro mondo come un pale blue dot, il famoso pallido puntino blu tanto caro a Carl Sagan. Ciò a ricordare ancora una volta che l’esplorazione spaziale è e deve essere prima di tutto umile conoscenza di noi stessi.

 

Posted in Astro | Leave a comment

Triangolazioni meteore 2016_2

Continuano i lavori relativi alle triangolazioni delle meteore raccolte dalle stazioni della rete IMTN nel 2016. Questi dati confluiranno poi nella rete Europea EDMOND  contribuendo a produrre letteratura scientifica in materia.La stazione di Masera, dal canto suo, ha triangolato ben 654 meteore con le postazioni di Confreria (TO),Carmagnola (TO), Locarno (CH), Gnosca (CH), Milano,Casteggio Nord (PV), Ferrara e Medelana (BO).

triangoa_mas_2016

Immagine ricavata dal software di analisi meteorica Sonotaco UfoOrbit e relativa alle tracce meteoriche triangolate dalla stazione IMNT di Masera. Nel 2016, delle oltre 5000 catture da noi ottenute, ben 654 sono state triangolate con altre stazioni del network.

 

 

 

Posted in Astro | Leave a comment

A caccia di nuove Terre

La notizia è di queste ore. Il telescopio spaziale Spitzer, coadiuvato da un network di Osservatori terrestri, ha confermato l’esistenza di un sistema planetario di straordinaria importanza,orbitante attorno ad una stella nana rossa situata a 39 anni luce dalla Terra. Un corteo di 7 esopianeti, probabilmente rocciosi, delle dimensioni terrestri e venusiane è ora pronto ad alimentare nuove e stimolanti suggestioni sulla ipotizzata vita extrasolare.

mondi_lontani

Rappresentazione pittorica di mondi lontani. Dalla superficie di un pianeta simile alla Terra e appartenente ad un ipotetico sistema solare,  si scorgono altri pianeti, uno dei quali estremamente vicino e la stella madre al tramonto. Questa potrebbe essere una buona rappresentazione del sistema Trappist-1.

Già nel 2015 e poi nel Maggio del 2016 gli scienziati, utilizzando il telescopio cileno TRAPPIST (The Transiting Planets and Planetesimals Small Telescope), e altre infrastrutture come il VLT (Very Large Telescope) dell’ ESO ed il  Liverpool Telescope di La Palma nelle Canarie, avevano annunciato la scoperta di tre nuovi pianeti extrasolari, in orbita attorno ad una fredda (temperatura superficiale di 2550 Kelvin) nana rossa di classe spettrale M8, distante 39,5 anni luce dalla Terra, di età stimata in appena 500 milioni di anni. Possiede  magnitudine relativa di 18,8 ed è posta nella costellazione dell’Aquario. La sua designazione è 2MASS J23062928-0502285, mentre al sistema era stato dato il nome di TRAPPIST-1. Il sistema è stato denominato TRAPPIST-1, ad indicare l’omonimo sistema robotico di detenzione situato a  La Silla in Cile.

curveluce_tranit

Curva di luce tipica di una stella prima e durante il passaggio di un pianeta di fronte ad essa rispetto alla nostra linea visuale.In ascissa figura il tempo trascorso ed in ordinata l’ andamento della brillanza.

Il metodo di detenzione utilizzato è quello, concettualmente molto semplice, dei transiti. Come nel caso di una eclissi o di un transito planetario ( dalla Terra solo di Venere e Mercurio), si misura la caduta della luminosità di una stella, immortalata in una serie di immagini consecutive, nel momento i cui viene attraversata da un corpo che la orbita. La diminuzione è piccolissima, contenendosi mediamente tra lo 0,01% e l’ 1% ma può arrivare  anche a qualche millesimo di magnitudine ed essere quindi quasi impercettibile ( a distanze di anni luce i pianeti sono punti di luce infinitamente piccoli, così come lo è l’ energia stellare riflessa che irradiano nello spazio) e affinché la traccia non sia celata dal bagliore della stella, dal rumore elettronico della strumentazione di ripresa e dall’assorbimento atmosferico, le procedure ( correzione con dark frames, flat field, analisi della linearità del sensore) devono essere calibrate con estrema precisione. Trattandosi comunque di tecniche che seppur con minor grado di precisione, gli astrofili eseguono quando elaborano le proprie immagini, quelli più motivati ed evoluti tra di loro si stanno cimentando in anche questo tipo di indagine, quantomeno per avere la soddisfazione di annoverare tra i propri dati la traccia di un pianeta extrasolare già noto di dimensioni pari almeno a quelle di Giove.

La variazione di luminosità dipende dalle dimensioni della stella e del pianeta, la durata del transito dalla massa della stella e dalla distanza del pianeta. Il lasso di tempo intercorrente tra due successivi transiti costituisce il periodo orbitale.Dal momento che la spettroscopia e altri metodi ci forniscono quasi sempre dimensione e massa stellare, è possibile ricavare il raggio planetario e  applicando la Terza Legge di Keplero si riesce a determinare la distanza media che separa i pianeti dalla stella e quindi il loro inquadramento o meno nella fascia di Goldilocks, la zona in cui è possibile avere acqua liquida e quindi teoricamente, la vita.E’ quanto ha fatto Spitzer: ha misurato  la velocità di rotazione orbitale dei pianeti intorno alla stella madre, le dimensioni e la massa planetaria, permettendo di conseguenza di ipotizzarne la densità, parametro fondamentale per stabilire la composizione chimica e la geologia degli stessi corpi.

E’ ormai convincimento diffuso che i pianeti nella Galassia siano miliardi e si ascrivano ad un novero variegato di dimensioni, composizione e massa. Il primo esopianeta fu scoperto nel  1992, e da allora  ne sono seguiti 3577 . Per gli scienziati però solo una manciata di questi avrebbero i requisiti ideali per ospitare la vita. Si richiedono necessariamente: una stella di massa opportuna, né troppo elevata né troppo esigua. Esiste una relazione empirica approssimativa che lega la massa stellare con la sua vita in miliardi di anni: V_m_e_d_i_a=10^{10}(M_\bullet/M) ^{2,5} ove M_\bullet è la massa del Sole ed M quella della stella in questione. Per il Sole restituisce 10 miliardi di anni, ed avendo la nostra stella circa 4,5 miliardi di anni, essa è a metà della propria vita.

Nel caso di massa elevata, l’astro brucerebbe troppo velocemente il combustibile, invecchierebbe rapidamente in gigante blu e dopo essersi trasformata in supernova, morirebbe in una immane esplosione. Tutto ciò avverrebbe in non più di  in qualche centinaia di milione di anni, lasso di tempo troppo breve perché quel fenomeno così complesso che chiamiamo vita possa alimentarsi e che comunque terminerebbe con il suo annientamento. Nel secondo caso la stella vivrebbe a lungo ( miliardi di anni) ma la sua fascia di abitabilità è molto esigua (letteralmente una cruna dell’ago) e probabilmente la stella si troverebbe in risonanza (e si mostrerebbe fissa in cielo come la Luna vista da noi) con uno o più pianeti.

Per lo sviluppo di qualche forma di vita evoluta è lecito richiedere una superficie solida e ciò esclude i corpi gassosi.Occorre poi che questo candidato sia nella zona vivibile, che abbia acqua allo stato liquido (a meno di ipotizzare un valido sostituto in qualche altro elemento come il carbonio che la sonda Cassini trovò in tutti e tre gli stati di aggregazione sulla luna di Saturno Titano). In un articolo del 2015 feci una trattazione sulle modalità fisico/ matematiche di determinazione della fascia di abitabilità in un qualsiasi sistema planetario, .

Occorre inoltre la presenza di una stabile atmosfera che permetta la respirazione di organismi non acquatici, che alimenti il ciclo dell’ acqua e producendo un effetto serra, mitighi le temperature. Occorre una magnetosfera che protegga dalle sterilizzanti radiazioni cosmiche.E chissà quant’altro occorre…

La tecnologia a disposizione fino a qualche anno fa aveva limitato le ricerche a corpi di dimensioni gioviane, ma oggi le cose sono cambiate.Del resto già un anno fa, attorno a Proxima Centauri, che con i suoi 4.24 anni luce è la stella più vicina al Sistema Solare, e per quel che più conta è anch’essa una nana rossa, fu scoperto un pianeta.

fascia_abitab

Scala delle distanze dalla stella madre del sistema planetario Treppist-1. In evidenza la fascia di abitabilità, entro la quale l’acqua potrebbe essere allo stato liquido.

 

 

 

 

 

 

 

Oggi  Spitzer ha confermato tutte quelle previsioni, scoprendo inoltre 5 nuovi pianeti e portando quindi a 7 gli esponenti del sistema TRAPPIST-1. Tre pianeti sono molto promettenti in chiave astrobiologica, in quanto la loro densità suggerisce che siano tellurici ( rocciosi) e potrebbero ospitare degli oceani di acqua liquida.Si caratterizzano per orbite molto vicine tra loro e alla loro stella, in una configurazione che ricalca quella di Giove e le sue lune. Sono stati chiamati TRAPPIST-1e, TRAPPIST-1f e TRAPPIST-1g .Tutto ciò legittima la loro inclusione nella fasci di abitabilità, cioè quella regione attorno ad una stella che permette di avere acqua allo stato liquido ( 0-273 K). Ora tocca al telescopio Spaziale Hubble, che  dovrà ricavare ulteriori dati estremamente stimolanti, come la presenza di un’atmosfera. Ma le maggiori opportunità di analisi verranno forniti dagli strumenti di ultima generazione, ormai prossimi all’entrata in servizio: l’ europeo Extremely Large Telescope ed il sostituto di Hubble, il James Webb Space Telescope. Questi potranno scorgere i marcatori indefettibili della vita ( come la conosciamo) e cioè la presenza in atmosfera di ossigeno e carbonio, anche a distanze cosmiche.

Questa nuova corsa all’oro aggiunge nuovi metodi di indagine alla tradizionale ricerca astrobiologica, fino ad ‘oggi incentrata sulla radioastronomia ( si pensi al progetto SETI ed ai messaggi di Arecibo: ne parlai qui qualche anno fa) e sulla spettroscopia. Ora gli astronomi, fiduciosi, si stanno facendo prendere la mano e arrivano a sostenere che un quinto delle stelle di tipo solare potrebbero possedere pianeti di taglia terrestre nella fascia abitabile.Tradotto in soldoni: 40 miliardi di mondi potenzialmente abitabili nella sola Galassia! Stay tuned..

Infine una menzione di carattere tecnico al poco noto telescopio del sistema TRAPPIST.

Il nome è un acronimo, e significa TRAnsiting Planets and PlanetesImals Small Telescope–South); si tratta di un telescopio robotico belga di 600 millimetri di apertura (gestito dalla divisione Astrophysique et Traitement de l’Image dell’Università di Liegi e l’Osservatorio di Ginevra), operante dal 2010 presso l’e strutture dell’ ESO di La Silla; l’acronimo  significa  Impiegano filtri a banda larga, è votato alla ricerca di esopianeti attraverso il metodo della velocità radiale e quello dei transiti. Fu concepito proprio per identificare il passaggio di una super-Terra di fronte ad una nana rossa o di un pianeta simile a Nettuno di fronte ad una stella grande quanto il nostro Sole.Transit light curves obtained by TRAPPIST will be used to determine precisely the size of the planet and to possibly detect gravitational perturbations due to an undetected planet. Lo strumento è anche in grado di misurare l’energia propria riemessa nell’infrarosso ( corpo nero) da un pianeta gigante fortemente irradiato dalla luce stellare, nel momento in cui questa viene bloccata dall’occultazione operata della propria stella.Speciali filtri interferenziali lo rendono inoltre un valido cacciatore di comete.L’ottica a riflessione di TRAPPIST  è di tipo Ritchey-Chretien: lo specchio principale misura  600 millimetri di apertura e la focale è di 4.8 metri. Il telescopio lavora su di una montatura equatoriale alla tedesca motorizzata col sistema direct drive che eliminando i nefasti periodismi degli accoppiamenti meccanici ruota dentata-vite senza fine, ne permette un inseguimento pressoché perfetto ( errore <10″ d’arco in 10 minuti senza autoguida) ed una velocità di spostamento fino a 50 gradi al secondo. La camera, raffreddata a celle di Peltier è equipaggiata con un chip Fairchild 3041 2kX2k, retro illuminato, che fornisce una scala d’immagine da 0.64”/pixel. e un campo coperto totale pari a 22’ × 22’. La camera è equipaggiata con due ruote porta-filtri: una per filtri a banda larga per la detenzione planetaria (Johnson B, V , R, Cousins Ic, Sloan z ′ e filtro ‘I + z’ ). L’altra con filtri narrowband per lavori cometari.

Posted in Astro | Leave a comment

M1-Crab Nebula

M1 è il primo oggetto del più noto tra i cataloghi di oggetti astronomici, quello elaborato da Charles Messier nel 1774. Ad esso ci si riferisce informalmente con il termine Crab Nebula o nebulosa del granchio, a causa dell’inconfondibile struttura tentacolare, simile a quella di un crostaceo, che è tipica di quegli oggetti in espansione noti come resti di supernova, di cui , M1 è uno dei più appariscenti esponenti. La Crab fu scoperta nel 1731 nella costellazione del Toro, da John Bevis. E’ una nube di gas in espansione ad altissima velocità ( 1500 Km/s) a seguito dell’esplosione di una supernova osservata, in pieno giorno, il 4 luglio 1054 a.c dagli astronomi cinesi e giapponesi.Seppur in altra data, fu sicuramente adocchiata anche dai Nativi Nord Americani. Oggi M1 è ciò che resta di quella supernova, che a sua volta un tempo fu una stella ordinaria, seppur molto massiccia. Sappiamo infatti dai modelli astrofisici, che una stella di massa contenuta entro le 8 masse solari, dopo la vita normale nella sequenza principale, diventa in vecchiaia una gigante rossa e poi, terminato il carburante che l’alimenta, una nana bianca, un tizzone ardente di carbonio che lentamente si spegne nello spazio, distribuendo intorno a se il proprio materiale: abbiamo una nebulosa planetaria. Per contro, se la massa originale è superiore a 8 volte quella del Sole, la stella diverrà una supernova le cui ultime fasi di vita saranno inevitabilmente caratterizzate da un’immane esplosione ( lasciando un resto di supernova o addirittura un buco nero). Nei pressi del centro di M1 si trova la pulsar del Granchio (PSR B0531+21): si tratta di una stella di neutroni scoperta nel 1968, estesa appena 10 km ma provvista di una massa 1,5 superiore a quella del Sole (  un cucchiaino di questo materiale sulla Terra peserebbe come l’intera catena dell’ Himalaya!!); l’estrema  densità che ne deriva, conferisce uno stato degenere alla materia di cui è costituita. E’ proprio da allora che siamo in grado di considerare le pulsar alla stregua di stelle di neutroni rotanti ( quella del Granchio lo fa 30 volte al secondo, emettendo di conseguenza radiazioni altamente energetiche). Dal momento che la nebulosa dista circa 6500 anni luce dalla Terra, spossiamo affermare che l’immane esplosione che l’ha prodotta avvenne 6500 anni primi dell’osservazione cinese, cioè circa nel 5400 a.c.

La sequenza di immagini nei canali R,G B (circa 5 ore di riprese complessive) poi compositate in quella finale qui proposta, è stata ottenuta dall’osservatorio O.C.B di Masera (VB) in alcune notti di metà Dicembre del 2016. La presenza in cielo di una Luna quasi piena, ha in parte vanificato l’efficacia della procedura di calibrazione delle immagini. La scala dell’immagine è di 1,396 secondi d’arco per pixel .

M1_RGB

Atik One 6.0 mono (BIN 2X2) su GSO RC 10” Truss. Autoguida con S.W 80 semi-apo e QHY 5L II.                         Montatura Astrophysics GTO 1200. Tricromia RGB con esposizione totale di 5 h.  O.C.B Masera-Dicembre 2016.

I filamenti più brillanti hanno una temperatura di circa 15 mila °C  e contribuiscono alla produzione di un’energia (in tutto lo spettro elettromagnetico) quasi 80 mila volte superiore a quella del Sole.

I colori dell’ immagine rappresentano la distribuzione degli elementi espulsi dalla supernova, suggerendo quali processi transizionali degli elettroni sino al lavoro ( secondo  Bohr). In particolare, gli estesi rutilanti filamenti  sono i resti dell’ idrogeno stellare. Il colore indica che gli elettroni degli atomi di idrogeno ( una ma anche due volte ionizzati dalla pulsar), si stanno diseccitando, ricombinandosi per formare idrogeno neutro. Secondo il modello atomico di Bohr, la radiazione rossa è prodotta nell’idrogeno, dalle transizioni tra i livelli energetici 3 e  2 ( emissione). L’alone blu della regione centrale e più profonda ( che nell’immagine è quasi biancastra) riguarda gli elettroni che, mossi da quella specie di dinamo che è la pulsar, stanno spiraleggiando a velocità relativistiche attorno ai campi magnetici da essa alimentati nella nebulosa. Nella regione esterna di M1, i filamenti virano anche verso il blu ed il verde , indicando la presenza rispettivamente di ossigeno neutro e zolfo una volta ionizzato.

Posted in Astro | Leave a comment

Ecco 45P/Honda-Mrkos-Pajdusakov

45pHonda-Mrkos-PajdusakovaE’ in arrivo la piccola cometa periodica denominata 45P/Honda-Mrkos-Pajdusakov,  che nelle notti intorno all’ 11 Febbraio ( ma quelle saranno anche notti di luna piena), avrà luminosità al limite della capacità percettiva dell’occhio umano ( 6a magnitudine) e sarà quindi agevolmente osservabile con un binocolo o un piccolo telescopio ed immortalabile con reflex e ccd.  La cometa 45P fu scoperta il 3 dicembre 1948 dal giapponese Minoru Honda e poi confermata indipendentemente dagli astronomi  Antonín Mrkos (ceco) e Ľudmila Pajdušáková ( slovacca). Si caratterizza per periodo orbitale di circa 5 anni, e l’ultimo giorno del 2016 è transitata al perielio ad una distanza di 80 milioni di chilometri dal Sole e 105 dalla Terra, mentre si trovava nella costellazione del Capricorno. L’11 Febbraio 2017 sarà alla minima distanza di 12,5  milioni di chilometri da noi (perigeo) e sarà osservabile dalla sera ad est, nella costellazione di Ercole. Poi lentamente diventerà più debole, defilandosi verso il pianeta Giove ( è infatti una cometa di tipo Jupiter family).

Questa palla di neve sporca di breve periodo, si contraddistingue per una intensa colorazione verde smeraldo, prodotta dalla costante vaporizzazione di carbonio molecolare (C2) dal nucleo.  Dati alla mano, il passaggio al perigeo di 45P sarà l’ottavo più ravvicinato dal 1950

Come anticipato, nonostante 45P sia una piccola cometa, essa raggiungerà una tale prossimità dalla Terra che da un cielo estremamente buio potrebbe essere quantomeno percepita anche ad occhio nudo, tra il 9 e il 12 febbraio durante le ultime ore di buio prima dell’alba. Occorre guardare ad est, nella costellazione di Ercole a tarda notte.

Seguono le effemeridi di 45P/Honda-Mrkos-Pajdusakova.

Data & Ora                           A R                     Dec.                Mag.  Sorge  Culmina    Tramonta
——————————————————————————————————
2017-02-01 / 00:00 20h14m12.42s   -04°04’34.19″    +4.3 07h04m 12h48m54s 18h37m
2017-02-02 / 00:00 20h05m09.33s  -02°36’11.80″    +4.2 06h45m 12h35m19s 18h29m
2017-02-03 / 00:00 19h54m42.75s  – 00°54’07.44″    +4.1  06h23m 12h20m16s 18h22m
2017-02-04 / 00:00 19h42m35.32s   +01°04’15.54″    +4.0 05h58m 12h03m25s 18h14m
2017-02-05 / 00:00 19h28m25.66s   +03°21’47.58″    +3.9 05h30m 11h44m24s 18h04m
2017-02-06 / 00:00 19h11m48.05s    +06°01’12.39″    +3.8 04h58m 11h22m49s 17h54m
2017-02-07 / 00:00 18h52m12.88s    +09°04’22.61″   +3.7 04h21m 10h58m10s 17h43m
2017-02-08 / 00:00 18h29m09.06s   +12°31’00.12″    +3.6 03h39m 10h30m02s 17h30m
2017-02-09 / 00:00 18h02m09.89s   +16°16’40.51″    +3.5 02h52m 09h58m07s 17h15m
2017-02-10 / 00:00 17h31m04.12s     +20°10’59.18″   +3.5 01h02m 09h22m25s 16h58m
2017-02-11 / 00:00 16h56m11.47s      +23°57’17.42″    +3.5 -00h03m 08h43m31s 16h38m
2017-02-12 / 00:00 16h18m35.78s     +27°16’01.87″    +3.6 23h05m 08h02m38s 16h14m
2017-02-13 / 00:00 15h40m02.98s    +29°51’15.83″    +3.7 22h13m 07h21m28s 15h47m
2017-02-14 / 00:00 15h02m35.90s    +31°36’21.82″    +3.8 21h27m 06h41m50s 15h18m
2017-02-15 / 00:00 14h27m58.08s    +32°34’46.73″    +4.0 20h49m 06h05m08s 14h47m
2017-02-16 / 00:00 13h57m10.06s    +32°56’10.03″    +4.3 20h19m 05h32m08s 14h16m
2017-02-17 / 00:00 13h30m28.83s    +32°51’37.45″    +4.5 19h54m 05h02m58s 13h46m
2017-02-18 / 00:00 13h07m41.55s     +32°30’41.40″   +4.7 -19h35m 04h37m26s 13h18m
2017-02-19 / 00:00 12h48m20.86s    +32°00’23.26″  +4.9 19h18m 04h15m04s 12h53m
2017-02-20 / 00:00 12h31m55.59s     +31°25’25.06″   +5.2  19h05m 03h55m25s 12h29m
2017-02-21 / 00:00 12h17m56.27s      +30°48’43.73″  +5.4 -18h53m 03h38m02s 12h08m
2017-02-22 / 00:00 12h05m57.38s     +30°12’04.57″  +5.6 18h43m 03h22m32s 11h49m
2017-02-23 / 00:00 11h55m37.72s      +29°36’26.82″  +5.8 18h34m 03h08m36s 11h32m
2017-02-24 / 00:00 11h46m40.09s     +29°02’21.14″  +6.0 18h25m 02h55m58s 11h16m
2017-02-25 / 00:00 11h38m50.60s     +28°30’00.98″ +6.2  18h18m 02h44m25s 11h01m
2017-02-26 / 00:00 11h31m58.13s       +27°59’29.71″  +6.4 18h11m 02h33m46s 10h48m
2017-02-27 / 00:00 11h25m53.71s       +27°30’44.96″ +6.6  18h04m 02h23m54s 10h35m
2017-02-28 / 00:00 11h20m30.09s     +27°03’41.31″  +6.7 17h58m 02h14m41s 10h23m

Effemeridi prodotte col software C2A.Dati validi per una località posta a 46° di latitudine Nord e 8° di longitudine Est, alla mezzanotte di ogni giorno del mese di Febbraio. Orario in TMEC. Qui sono scaricabili in formato Excel: 45P

Nel periodo di massimo avvicinamento della cometa sarà in scena anche una modesta eclissi di Luna di penombra, fenomeno che nella notte tra il 10 e l’11 Febbraio sarà apprezzabile da tutta Europa, Italia compresa.Una tale eclissi si verifica quando l’astro selenico passa nella penombra e non nel cono d’ombra terrestre ( in tal caso avremmo una eclissi ordinaria); l’eclissi penumbriale si manifesta con una graduale caduta di luminosità appena percepibile sulla superficie lunare. Questi i dati del passaggio in orario italiano:

Ingresso Penombra                     Max                            Uscita Penombra

23:34 10 Feb.                           01:43 11 Feb.                          03:53 11 Feb.

 

Posted in Astro | Leave a comment

La torre del Carburo

“La torre del Carburo, che sorge in mezzo alla Buna […], siamo noi che l’abbiamo costruita. I suoi mattoni sono stati chiamati Ziegel, briques, tegula, cegli, kamenny, bricks, tégak, e l’odio li ha cementati; l’odio e la discordia, come la Torre di Babele, e noi così la chiamiamo: Babelturm, Bobelturm; e odiamo in essa il sogno demente di grandezza dei nostri padroni, il loro disprezzo di Dio e degli uomini, di noi uomini. E oggi ancora, così come nella favola antica, noi tutti sentiamo, e i tedeschi stessi sentono, che una maledizione, non trascendente e divina, ma immanente e storica, pende sulla insolente compagine, fondata sulla confusione dei linguaggi ed eretta a sfida nel cielo come una bestemmia di pietra”

                           Se questo è un uomo-Primo Levi (1919-1987)
Posted in Astro | Leave a comment

Triangolazioni 2016

Una prima anticipazione grafica di tutte le meteore catturate dalle stazioni della super-rete europea Edmond , che raccoglie i network nazionali. Mediamente ogni anno vengono complessivamente video-riprese circa 400.00 meteore. Al network italiano, che fa la parte da leone,chiamato IMTN, partecipa anche la stazione di Masera. Per l’analisi quantitativa di parametri orbitali e cinematica, occorrono ora le triangolazioni.

triango_2016_met

Posted in Astro | Leave a comment

Meteore 2016

meteors_2016Terminata anche quest’anno l’analisi delle meteore catturate nel corso di tutto il 2016, nell’ambito della nostra partecipazione al progetto IMTN. Il file risultante è stato ora sottoposto alla rete IMTN per la triangolazione con le catture raccolte dalle altre stazioni italiane partecipanti al progetto; tutto ciò fornirà materiale per l’analisi professionale di orbite e dinamiche degli stessi oggetti meteorici, dell’ evoluzione degli sciami durante il tempo e delle caratteristiche dei parent body ( comete ed asteroidi).Questi studi vengono poi pubblicati sulle riviste di settore. Anche quest’anno lo sforzo ( in termini di tempo dedicato e risorse economiche) è stato di non poco conto: 4854 meteore catturate, oltre 300 gigabytes di materiale grezzo, quasi 8000 ore di monitoraggio e 16000 sincronizzazioni dell’ orario. La camera da noi impiegata è una sensibilissima MintroN DeepCam 12V6HC-EX-R munita di ottica  Fujinon 6 mm @ f/1.2.Alla detenzione è dedicato un pc industriale AG150  realizzato dalla Logic Supply di Boston, negli Usa.

La catena operazionale si basa sui solidissimi software Sonotaco: cattura individuale mediante UfoCapture, analisi individuale di fine anno mediante Ufo Analyzer (gratuito) e triangolazione dei dati di tutte le stazioni mediante UfoOrbit. Il file csv allegato- m2016_masera -(1.6 Mb),  relativo al lavoro di Masera, può essere analizzato da chi ne abbia interesse scaricando Ufo Analyzer .

Presto nel nostro database saranno disponibili anche i files analitici con le magnitudini e suddivisione mensile consultabile  anche in html.

Lo scorso anno le catture furono 4071, abbiamo quindi riscontrato un incremento di quasi 800 unità (16% in più). Questo è imputabile a vari fattori quali l’effettiva attività meteorica  di sciame ( interessanti nel 2016 sono stati a Gennaio lo sciame delle Quadrantidi ed a Dicembre quello delle Geminidi), quella sporadica e, trattandosi di detenzione ottica, le condizioni meteorologiche avutesi durante l’anno appena trascorso.

Posted in Astro | Leave a comment

Gigantesco fireball sopra la Spagna

Alle ore 22:25 (ora locale)  dell’ 11 Dicembre 2016,un impressionante fireball ha lentamente attraversato i cieli della Costa del Sol nel sud della Spagna , sorvolando Granada e le provincie di Jaén. In effetti l’avvistamento ha interessato buona parte del paese, destando molta preoccupazione presso le popolazioni sorvolate, che d’improvviso hanno visto il cielo rischiararsi a giorno.

Molti testimoni hanno udito anche una forte deflagrazione, tipica dei fireball, che avrebbe frammentato l’oggetto in vari parti prima che si consumasse a contatto con gli strati più bassi e densi dell’ atmosfera terrestre. Altri hanno riferito di fortissime vibrazioni, tanto da temere l’immediatezza di un terremoto.Pare che il meteoroide abbia impattato l’atmosfera terrestre alla velocità di circa 20 chilometri al secondo, un rateo non molto elevato.La dinamica dell’ evento è stata ripresa dagli osservatori di Calar Alto di Almería, di Hita (Toledo), Sierra Nevada (Granada), La Sagra (Granada) e Siviglia, operanti nell’ambito del progetto scientifico di detenzione meteorica denominato SMART.L’evento è stato eccezionale, basti pensare che la magnitudine è stata stimata in -15\pm 2m. Se si considera che quella della Luna piena è mediamente di circa -12,74m, si ricava per la meteora una luminosità almeno 20 volte maggiore  (\frac{L_1}{L_2}=10 ^{0,4(m_2-m_1)} a quella dell’ astro selenico al massimo splendore.

Visto il periodo dell’ anno e la cinematica del moto osservata, è lecito affermare che molto probabilmente si sia trattato di un oggetto appartenete allo sciame meteorico delle Geminidi, che proprio in Dicembre ( tra il 4 ed il 16) manifesta il picco di attività ( (13/14), con un rateo zenitale orario (ZHR) che può arrivare a 120, cioè ai livelli dei più noti sciami di Perseidi e Leonidi. Le Geminidi sono alimentate dall’asteroide 3200-Paethon,

Questo corpo celeste, col suo perido orbitale di appena 523,5 giorni, è l’oggetto asteroidale che più si approssima al Sole tra quelli noti.Il nome non è casuale:nella mitologia greca Fetonte è infatti figlio del dio del Sole Apollo. Come più prosaica entità astronomica,quando esso passa vicino al Sole, emette moltissimi frammenti (alcuni di dimensioni anche ragguardevoli) e li lascia poi disseminati lungo la propria orbita.Quando la Terra transita in Dicembre in quella regione di spazio,  lo spettacolo delle Geminidi va in scena.

 Alcune testimonianze e gli studi preliminari degli osservatori professionali, suggeriscono che parte del meteoroide possa essere sopravvissuto all’interazione atmosferica ed essere precipitato al suolo sotto forma di meteorite.

Infatti le meteore di natura asteroidale ( provenienti prevalentemente dalla c.d fascia principale, posta tra Marte e Giove), a causa della loro composizione e delle peculiari caratteristiche orbitali, sono in genere più massive, lente e luminose (bolidi o fireball appunto) di quelle cometarie. Ed è anche più probabile che si depositino al suolo sotto forma di meteoriti. Per contro,le meteoriti cometarie sono più rare perché, disponendo di maggiore energia, sono molto spesso  interamente vaporizzare dal calore generato e anche perché si caratterizzano da una composizione chimica più fragile. Avevamo già trattato questo argomento nell’articolo “velocità terminale delle meteore“.

A fine Novembre anche la nostra stazione di rilevamento IMTN di Masera aveva catturato il seguente luminoso oggetto. I parametri che lo riguardano devono ancora essere ricavati attraverso la consueta analisi di fine anno. Dovrebbe comunque trattarsi di una meteora sporadica.

m20161116_045910_masera_p
Tra tute le catture di Masera, la più consistente rimane ancora quella della sera del 13 Novembre 2014, quando alle ore 21:21:38 un incredibile bagliore squarciò i cieli del nord Italia.Questo evento fu riportato anche dalle cronache locali.

ufos18

L’archivio completo di tutti i dati raccolti nell’ambito dell’attività di cattura meteorica da Masera è raggiungibile a questo link. Essi possono essere studiati attraverso i software gratuiti della Sonotaco: Ufo Analyzer ed Ufo Orbit. Trattandosi di files csv, possono inoltre essere visualizzati in Excel ed Open Office.

 

Buon Natale e felice anno nuovo a tutti.

Posted in Astro | Tagged | Leave a comment

Rømer e la velocità della luce

Il 7 Dicembre ricorre l’anniversario di un esperimento non a tutti noto ma altamente suggestivo:la prima determinazione sperimentale  della velocità della luce. Lo si deve all’ astronomo, matematico ed inventore danese Ole Rømer (Aarhus 25 settembre 1644 – Copenaghen 19 settembre 1710). La sua intuizione fu tanto semplice quanto straordinaria.

La  luce, o meglio quell’intervallo dello spettro elettromagnetico che oggi chiamiamo luce, ha da sempre sollevato riflessioni fondamentali per lo sviluppo del pensiero scientifico moderno. Dapprima impregnati di misticismo, poi filosofici questi interrogativi dal Seicento hanno cominciato a poggiare su basi teoretiche importanti ed esperimenti sempre più affinati, anche se a volte in contrasto tra loro. Un percorso meraviglioso compiuto attraverso la relatività galileiana e quella einsteniana, le equazioni di Maxwell e la meccanica quantistica che ci hanno infine svelato la sua natura e la sua centralità nella realtà fisica dell’ Universo in cui viviamo. Oggi sappiamo che la velocità della luce è di 299.792,458 km/s. La sua precisa determinazione è il culmine di un processo di misurazioni iniziato nel Seicento con Galileo. Questi aveva collocato due lampade su due colline distanziate un miglio statutario una dall’altra. Quando il fascio proveniente da una raggiungeva l’altra collina, un collaboratore doveva scoprire la propria lanterna. Così, appreso il tempo di risposta e conosciuto lo spazio percorso, mediante l’applicazione delle leggi del moto si poteva ricavare la velocità di quel fascio luminoso.Oggi sappiamo che l’ idea, per quanto qualitativamente valida, era troppo pretenziosa anche in via approssimativa, perché con gli strumenti di misura del tempo era assolutamente impossibile misurare un intervallo temporale di 5 milionesimi di secondo : \frac{1600m}{300^6 m/s}= 5* 10^{-6} s.

Occorreva che il tragitto oggetto di misura fosse più ampio.Nel 1676  Rømer prestava la propria opera presso  l’ osservatorio astronomico reale di Parigi, sotto la direzione di Giovanni Domenico Cassini. Egli aveva già notato l’irregolare ricorrenza temporale di alcuni fenomeni celesti legati a Giove,osservati sistematicamente sin dai primi tempi del suo soggiorno francese. Probabilmente sapeva del tentativo di misurazione di Galileo, e cercando di risolvere quelle incongruenze, avanzò un ipotesi ardita.

Galileo, attraverso le sue famose osservazioni telescopiche di inizio Seicento,aveva scoperto che Giove possedeva un nutrito corteo di lune che lo rivoluzionano ( cosa che contribuì fortemente a spodestare la Terra dalla sua centralità nel Cosmo), le più note delle quali sono le c.d medicee (così battezzate in onore di Lorenzo de Medici, mecenate di Galileo): Io,Europa, Ganimede e Callisto. Esse sono molto luminose e possono essere avvistate con un semplice binocolo.Quando passano davanti al pianeta  producono un transito,che si manifesta con una piccola macchia nera sul disco di Giove.Quando transitano dietro al pianeta, nel  suo cono d’ombra, le stesse vengono eclissate.

Nella loro orbita attorno al Sole, i pianeti  vengono via via ad assumere varie mutue posizioni. In particolare noi chiamiamo opposizione quella fase in cui la Terra si trova tra un pianeta (esterno) ed il Sole.In questa fase un corpo celeste si trova alla minima distanza da noi, distanza che poi nei mesi seguenti aumenta sempre più fino a che questo viene a trovarsi tra Terra e Sole.Il pianeta, alla massima distanza, sparirà allora dietro al Sole ( congiunzione superiore).Ma Giove sarà visibile anche qualche settimana prima e dopo la congiunzione, mostrandosi come una stella del mattino o della sera.

Nel periodo 1668-1675 Rømer, misurando il periodo orbitale di Io mediante il riferimento a due eclissi consecutivi, si accorse che tale periodo ( che oggi sappiamo essere pari a 1,76913 giorni), era leggermente più corto quando il pianeta era in opposizione e più lungo intorno alla congiunzione col Sole.Egli intuì così che la velocità della luce era finita: più i corpi erano distanti da noi, maggiore doveva essere il tragitto compiuto dalla luce che immortalava la dinamica dell’ occultamento del suo dischetto dietro al pianeta.

Tale discrepanza poteva quindi essere usata per misurare la velocità della luce , ma occorreva conoscere:

  1. la misura delle orbite di Giove e Terra, dati che fornivano la differenza di distanza tra congiunzione ed opposizione del pianeta. E’ invece trascurabile la distanza extra che separa Giove da Io.
  2.  la differenza tra i periodi delle eclissi di Io misurati nelle due fasi opposte, che forniva il tempo che la luce impiegava a percorrere la distanza aggiuntiva.Occorreva quindi osservare quattro eclissi: una coppia consecutiva in congiunzione ed una coppia consecutiva in opposizione.

Per ovvie ragioni, la prima condizione al tempo non poteva essere assicurata con grande precisione. Per il timing occorreva usare un telescopio ed un orologio. Il danese disponeva di un rifrattore ad una sola lente convergente (cromatico),un fondo di bicchiere diremmo oggi, affetto da aberrazione cromatica e sferica.Per minimizzare l’aberrazione cromatica occorre perlomeno un doppietto acromatico, formato da due vetri di materiale  diverso e proprietà opposte ( anche il più scarso telescopio commerciale oggi possiede almeno queste caratteristiche), ma anche in questo caso residua uno spettro secondario, seppur relativamente contenuto.Uno strumento totalmente corretto in questo senso si dice invece apocromatico ( formato da due, tre o anche quattro elementi dotati di proprietà ottiche peculiari). Anche l’orologio, per quanto tra i più precisi dell’epoca, non permetteva misure accurate. Nelle sue osservazioni  Rømer annotava che in opposizione l’anticipo di Io era di 3,5 minuti, mentre in congiunzione i 3,5 minuti erano di ritardo.Complessivamente la differenza tra le due fasi ammontava quindi a circa 7 minuti.Dai suoi calcoli emergeva inoltre che la luce avrebbe impiegato circa 22 minuti per attraversare l’orbita terrestre. In definitiva ricavò un valore della velocità della luce di 214 mila km/s, appena l’ 80,4% del valore oggi accertato, e quindi largamente impreciso.

orbite_ioIn realtà, come indicato dal grafico a sinistra, nelle 102 orbite che Io compie in sei mesi, la discrepanza sale prima a di 16,5 minuti di ritardo per poi ridiscendere a 0 nell’altro semestre.Ma coi presupposti di allora non si poteva fare di meglio.

Lo stesso Gian Domenico Cassini, all’inizio scettico, dovette ricredersi quando Rømer lo invitò a osservare l’eclissi di Io del 9 novembre 1676: come previde questo si verificò in anticipo rispetto a quanto riportato dalle effemeridi dei colleghi astronomi. Pare sia proprio questo l’esperimento a cui si fa storicamente riferimento,che è quindi antecedente al 7 Dicembre. In tale data fu però formalizzato ed oggi è questo il giorno in cui viene ricordato.

A Rømer va il merito di aver avuto, è proprio il caso di dirlo,una grande illuminazione, e di aver contribuito a dimostrare la contraddittorietà del concetto di azioni a distanza istantanea (bandite dalla relatività di Einstein e dalla meccanica quantistica) e delle entità infinite ( infinita si congetturava ancora a quel tempo fosse la velocità della luce ).Esso è un’ astrazione concettuale, (la cui contraddittorietà “pratica” peraltro è stata brillantemente superata dalla matematica moderna),  o reale fondamento fisico? La trattazione del concetto di infinito ha avuto tanta parte nel pensiero umano, basti pensare ai classici paradossi del moto (Achille e la Tartaruga), tanto cari alla scuola eleatica di Parmenide e Zenone. Ma a loro ed al pensiero greco in genere  non poteva che sfuggire il teorema poi proposto nell’Ottocento da Weierstrass, cioè quello del limite finito: la somma di una serie infinita di quantità finite può essere finita (se converge, come nel caso del paradosso di Zenone, ad 1).Ma questo è un’altro discorso.

La determinazione della velocità della luce vennero affinata da Christiaan Huygens, che più di un secolo dopo (1790) , riuscì a ricavare un valore piuttosto preciso.Come la tabella (di Froome and Essen) seguente  testimonia, seguirono altri famosi esperimenti, basati su metodiche di indagine sono molto più avanzate. Le correzioni verso una sempre maggiore precisione continueranno anche in futuro, anche il valore oggi accettato di 299.792.458 m/s è estremamente rigoroso. Qualche anno fa aveva fatto parlare di sé un esperimento che avrebbe dimostrato l’inesattezza di tale valore, e a questa ipotetica innovazione i media attribuivano la capacità di scalfire alcuni capisaldi della relatività di Einstein. Si scoprì poi che tale esperimento era stato falsato da alcuni errori di misurazione e comunque come è ovvio, la relatività ristretta dice che la velocità della luce è finita (come già  Rømer dimostrò) e che nessun oggetto materiale può muoversi fisicamente a tale velocità, non quale essa sia.Va però dato conto che negli ultimi anni è stato sostenuto un filone teoretico che, senza contraddire i fondamenti relativistici, darebbe cittadinanza ad esotiche particelle denominate tachioni, e contrapposte ai bradioni ( o tardioni).Le seconde sono le classiche particelle del modello standard di Universo di cui si è appena parlato.Esse non possono viaggiare alla velocità della luce, perché a tale velocità la loro massa diverrebbe infinita ed per muoverle occorrerebbe un’energia infinita che nell’Universo non esiste. Gli ipotetici tachioni viaggerebbero invece a velocità infinita e pur potendo essere frenate, non potrebbero mai essere rallentate fino alla velocità della luce, perché anche in questo caso occorrerebbe un’ energia infinita.Anche in questo quadro dunque la velocità della luce sarebbe un limite invalicabile.

Data Scienziato Metodo Valore (km/s) Imprecisione
1676 Olaus Røemer Luna di Giove Io 214,000
1726 James Bradley Aberrazione stellare 301,000
1849 Armand Fizeau Ruota a denti 315,000
1862 Leon Foucault Specchio rotante 298,000 +-500
1879 Albert Michelson Specchio rotante 299,910 +-50
1907 Rosa, Dorsay Costanti elettromagnetiche 299,788 +-30
1926 Albert Michelson Specchio rotante 299,796 +-4
1947 Essen, Gorden-Smith Risonanza di cavità 299,792 +-3
1958 K. D. Froome Radio interferometro 299,792.5 +-0.1
1973 Evanson e altri Laser 299,792.4574 +-0.001
1983 Miglior valore accertato 299,792.458

Tornato in patria nel 1681, Rømer  insegnò dapprima astronomia all’Università di Copenhagen. La città nel 1728 venne devastata da un incendio che distrusse molte opere scientifiche di pregio ed è probabile che tra queste ci fossero anche lavori dello stesso astronomo che di quegli anni non ha lasciato praticamente nulla.Come scienziato si contraddistinse anche per l’ introduzione di un sistema di misure ed una scala della temperatura. Ricoprì infine incarichi amministrativi e divenne capo della polizia della capitale scandinava a cui donò i lampioni ad olio per la pubblica illuminazione, ultima sua intuizione.

L’esperimento di Rømer può essere replicato a scopo didattico dall’astrofilo moderno. A suo favore giocano la migliore qualità ottica dei telescopi commerciali moderni e l’accessibilità di alta tecnologia a costi ormai contenuti: computer,ccd, webcam, software planetari, ecc..Nonostante questo, vista la semplicità dell’esperimento amatoriale proposto, i risultati ottenibili non sono però paragonabili a quelli ottenuti dal danese.Il telescopio dovrebbe avere almeno 150 mm di apertura libera o più (ma nel caso di un rifrattore di qualità potrebbero bastarne 100 mm).Maggiore apertura significa maggiore raccolta di luce, ma naturalmente anche maggiore esposizione alla turbolenza atmosferica.

Da planetari come Starry Night, The Sky, Carte du Ciel, C2A, o dalle effemeridi si possono ricavare i dati gioviani per una specifica località e quelli relativi alle mutue posizioni delle sue lune. Ricordando che Io rivoluziona in 1.76913 giorni, sono importanti le previsioni di inizio e fine delle eclissi, di cui devono essere osservabili interamente almeno due coppie consecutive, una in congiunzione ed una in opposizione o comunque a tre mesi dalla prima.Il tempo può essere preso da un cronometro o da qualche altro ausilio elettronico basato su personal computer e magari sincronizzato con un segnale campione.Ogni strumento usato sarà sicuramente più preciso dell’ orologio di Rømer. Piuttosto occorre curare la coordinazione occhio-cervello-mano che attiva ed arresta il timer.A questo proposito si ritiene che il tempo di reazione di una persona non particolarmente reattiva, non sia comunque superiore a 0,2 secondi.Una soluzione sicuramente migliore è costituita dall’impiego di una veloce e sensibile webcam per le riprese planetarie (Imaging Source, Qhy,Magzero,Meade Dsi,Chameleon, Asi ecc), Per la sincronizzazione dell’ orario si può allora ricorrere a software come Dimension 4, mentre quello di controllo della camera recherà il timing dell’ intero fenomeno.

Chi ha già osservato questi fenomeni al telescopio, sa che l’eclissi non è un fenomeno improvviso: l’oscuramento di Io inizia prima che la luna raggiunga il limbo di Giove, con la fase di penombra. E’ a questo punto che occorre far partire il cronometro, che andrà fermato quando Io sarà completamente sparito.

Si annota poi il tempo misurato e con una sottrazione dall’orario letto successivamente sull’orologio,si ricava l’ora di inizio dell’ eclissi. Meglio operare con espressione temporale astronomica, cioè col c.d Giorno Giuliano (JD), che conta le date dal dal 1° Gennaio 4713 a.c ed ha il vantaggio di considerare solo i giorni e, nella parte decimale, gli orari. Ad esempio alle ore 22 UT del 7 Dicembre 2016 il  JD è  2457730.416667. Come si vede, per procedere in questo modo si procede prima a converte l’orario in Tempo Universale (U.T). Si faccia lo stesso per il secondo appuntamento della stessa coppia. La differenza dei tempi espressi in JD fornisce il periodo orbitale di Io.Si segue lo stesso procedimento con la coppia di eclissi di Io dei mesi successivi. Si misura la differenza tra i periodi di Io nelle due fasi. La velocità della luce risulta essere il rapporto tra la variazione della distanza e la differenza tra i periodi orbitali di Io nelle due configurazioni orbitali Terra-Giove.

Come anticipato,questo esperimento non è quello originale proposto da Rømer e nella migliore delle ipotesi, il valore della velocità della luce ottenibile sarà circa il 20% di quello effettivo.Dal nostro giardino avremo comunque verificato che la velocità della luce è finita e  procedendo con metodo scientifico avremo provato a darne un valore.Mica fumo.

Posted in Astro | Leave a comment

Precipitazioni Novembre 2016

pioggia_wlink

Tre anni di precipitazioni sulla val d’Ossola,registrate dalla stazione Davis Vantage Pro2+ di Masera (VB). I valori maggiori sono di Novembre 2014, Maggio 2013 e Novembre 2016.

La stazione meteorologica Davis di Masera, ci informa che nella seconda parte del mese di Novembre 2016, sul Verbano Cusio Ossola sono caduti complessivamente 222,4 mm di pioggia. Nel dettaglio le precipitazioni si sono protratte ininterrottamente per 11 giorni, fino al 27 Novembre.Il giorno più piovoso il 24 Novembre con 46 mm ; alle 20:40 di quel giorno in una sola ora sono caduti 3,8 mm di acqua.Il rateo di precipitazione maggiore (proiezione istantanea delle precipitazioni, parametro simile alla velocità letta sul contachilometri dell’auto, laddove 50 km all’ora non significa però che in un’ora faremo 50 km),peraltro non molto elevato, lo si è registrato per qualche minuto alle 19:49 del 23 Novembre, con 8,8 mm/ora. Quest’ultimo parametro, o meglio l’andamento di molti ratei istantanei, è molto importante, perché a fare danni non sono solo le precipitazioni cadute in senso assoluto (che rilevano soprattutto per le esondazioni a fondovalle,nei laghi e nelle confluenze verso il mare), ma anche i fenomeni che si manifestano in un brevi lassi temporali (rateo orario). Nell’Agosto 2015, durante un pesantissimo temporale accompagnato da grandine, abbiamo registrato l’incredibile valore di 120 mm/hr!. Ne seguì un momentaneo allagamento di aree adiacenti alle abitazioni, con ruscelli che correvano sulle strade. Per fortuna, qualche ora dopo quella bomba d’acqua, tutto è tornato alla normalità.Se il rateo è contenuto, i terreni riescono generalmente a drenare efficacemente. Nella situazione opposta, anche fiumiciattoli normalmente insignificanti, si  gonfiano a dismisura con conseguenze devastanti. Decisiva è naturalmente anche la quota dello 0 termico, spartiacque tra stato solido e liquido.Da questo punto di vista, le cronache riportavano i mesi estivi come i maggiori candidati alle inondazioni; negli ultimi 50 anni però, complice l’innalzamento delle temperature globali del pianeta, anche i mesi di Ottobre e Novembre hanno ricevuto la visita di un Giove plumbeo, non di rado alluvionale. Infatti, nonostante il dato sulla pioggia complessiva di questo Novembre sia il terzo degli ultimi anni, a differenza dei territori del basso Piemonte e della Liguria ( già devastati dall’alluvione del 1994),nella provincia azzurra non si sono registrate criticità. E neanche il Lago Maggiore è esondato, perché la quantità totale di acqua, per quanto significativa, è stata comunque di molto inferiore ai 433 mm del Novembre 2014.

Oltre che consultati in tempo reale alla pagina seguente,tutti i dati meteorologici della stazione Davis di Masera sono raccolti dal 2013 in questa pagina. I files sono nel formato proprietario dei software Cumulus e WeatherLink, che possono essere scaricati gratuitamente per ogni tipo di studio sull’andamento dei fenomeni.

Posted in Astro | Leave a comment

Finalmente un bolide nel 2016

Alle ore 05:59 del 16 Novembre 2016, la stazione di rilevamento IMTN di Masera, ha registrato questo bolide, dai parametri sicuramente rilevanti.Una corretta analisi verrà però fatta solo a fine Dicembre, con la valutazione mediante il software della Sonotaco Ufo Analyzer, dei parametri delle catture di tutto l’anno, il loro invio al database comune e, spero, la conseguente triangolazione (mediante UfoOrbit) con la ripresa di un’ altra stazione IMTN italiana, che abbia ripreso il fenomeno.

m20161116_045910_masera_p

Posted in Astro | Leave a comment

Abbassamento delle temperature.

temp_dew_2014La mattina dell’ 8 Novembre 2016, la stazione meteo Davis di Masera ha registrato la prima gelata stagionale: alle ore 07:30 la temperatura è infatti scesa a -0,8 °C. La minima annuale era stata raggiunta il 20 Gennaio alle ore 08:30 con -5,3 °C, mentre la massima più bassa è stata registrata il 18 Gennaio con 2,3°C.

Posted in Astro | Leave a comment

Exo-Mars 2016: parziale successo.

Neanche un mese fa avevamo salutato una cometa ed un’impresa epocale e sicuri delle nostre capacità, avevamo spostato l’attenzione su Marte, che da li a qualche giorno avrebbe dovuto ricevere la visita del lander Schiaparelli, lanciato dal cosmodromo di Bajkonur il 14 Marzo 2016. nell’ambito della missione russo europea Exo-Mars 2016.  Ma la storia dell’ esplorazione spaziale insegna ad essere sempre cauti.E infatti le cose sono andate male per Schiaparelli, precipitato inopinatamente sul suolo marziano a circa 370 Km/h.Tanti saluti al robottino e addio (per ora) alle speranze dell’Europa di mettere virtualmente piede sul pianeta rosso. Secondo Andrea Accomazzo, responsabile di volo delle missioni planetarie dell’ l’ESA ( per l’occasione consorziata in una ambiziosa  joint venture con la russa Roscosmos) è probabile che le cause dell’ insuccesso siano da imputare ad un bug del software di missione, che ha erroneamente sovrastimato la quota di discesa ed attivato anzitempo le conseguenti operazioni di atterraggio, prima fra tutte lo spegnimento dei razzi dopo appena una manciata di secondi dalla loro ignizione.“Non sappiamo cosa non sia andato secondo le nostre aspettative. C’è una parte del volo di discesa che abbiamo capito, ed è la fase iniziale, quella relativa all’alta velocità, e quella del paracadute. È solo la parte finale, quando è stato aperto il paracadute, si sono accesi i razzi propulsori, ecco, questa fase non è chiara. Abbiamo tutti i dati per poter dare una spiegazione, stiamo elaborando il tutto per avere un quadro più preciso.“

Dalla telemetria emerge che Schiaparelli ha rispettato la time-line solo fino ai primi istanti del suo ingresso nella tenue atmosfera marziana ( mediamente 1% di quella terrestre). Ha correttamente aperto il paracadute ma sappiamo che già a 4,5 minuti dall’impatto il robottino era privo dello scudo termico: il distacco sarebbe dovuto avvenire circa 30” dopo. A questo punto qualche anomalia al sistema di controllo discesa  poteva essere già in atto; infatti il lander ha poi acceso il sistema di  frenata a propulsione per appena 3 secondi, mentre era previsto che lo facesse per 30. Da li la rovinosa caduta al suolo a circa 370 Km/h, che con ogni probabilità ha sbriciolato il lander lasciando sul terreno alieno un’ impronta dalla forma non proprio auspicata. E dire che la topografia marziana annoverava già il cratere Schiaparelli….

 Come per la Russia, in relazione all’esplorazione di Venere con le innumerevoli missioni Venera, anche per l’Europa Marte sta diventando un tabù. L’unica altra missione marziana a cui ha partecipato (in partnership con la NASA) la nostra agenzia è la Mars Express del 2003; e anche in quell’occasione il lander , chiamato Beagle 2, che pure era atterrato bene, non riuscì mai a trasmettere un solo segnale a causa del mancata apertura dei pannelli solari che avrebbero dovuto fornire energia agli apparati di trasmissione.

Anche la NASA, oltre a meravigliose imprese spaziali nel sistema solare interno ed esterno, ha qui registrato alcuni clamorosi insuccessi, come nel 1998 quando il Mars Climate Orbiter è bruciato in atmosfera per via dell’ erronea immissione in atmosfera marziana ,causata a sua volta da un errore software di conversione di grandezze.Nel 1999 anche il Mars Polar Lander era andato distrutto in atterraggio. La missione è stata però completata il 25 maggio 2008 ad opera del lander  Phoenix, che imbarcava molti degli stessi strumenti.

Ma la missione del 2016 non è stato un fallimentare spreco di risorse, come affermato da molti media.Il programma ExoMars  consta in realtà di due step, il secondo dei quali previsto per il 2020 con l”ammartaggio” di un lander munito di trivella perforatrice; è chiaro però che ora tutto il progetto dovrà essere rivisto dal punto di vista tecnico-operativo. Il futuro lander dovrebbe infatti imbarcare lo stesso software e gli stessi sensori di Schiaparelli. Dice ancora Accomazzo che : “Questo era un test per provare le tecnologie chiave che abbiamo sviluppato in vista della prossima missione. Non abbiamo ancora capito se non è adeguata la tecnologia o se non ha funzionato molto bene il dispositivo del computer di bordo, che doveva ricevere le informazioni.“

Va poi osservato che dagli errori c’è sempre molto da imparare e poi il lander (che comunque nelle prime fasi della discesa ha raccolto dati molto importanti sull’alta atmosfera marziana) era solo un piccolo tassello della stessa missione ExoMars 2016, destinato ad operare solo per qualche giorno. Per quel che conta ora, l’altro pezzo da novanta della missione, l’orbiter  TGO (Trace Gas Orbiter) è pienamente operativo intorno al pianeta rosso alla ricerca di metano atmosferico, un marcatore fondamentale, anche se non certo l’unico (il metano può poi essere prodotto anche da processi di tipo non biologico come a seguito di eruzioni vulcaniche), della vita biologica come la conosciamo, le cui strane concentrazioni marziane sembrano subire altrettante anomale variazioni variazioni geografiche e stagionali.La mappatura della sua distribuzione ad opera di TGO e l’individuazione di aree geologicamente attive, saranno la bussola del lander perforatore del 2020, capace di scavare fino a due metri di profondità nelle regioni che intanto si saranno dimostrate più promettenti dal punto di vista bio-chimico e geologico.

Secondo Daniil Rodionov, tecnico della controparte russa di ExoMars  presso l’ Istituto di Ricerca Spaziale IKI di Mosca: “l’atterraggio nel 2020 non avrà nulla a che fare con quanto successo nella missione del 2016 , anche se le tecnologie non saranno poi così diverse. Certo, il peso del lander sarà molto più grande. Spero che i colleghi europei riescano a capire quello che è andato storto. Questo servirà per evitare altri problemi simili in futuro.“

Certo Schiaparelli, da buon dimostratore, avrebbe detto qualcosa di importante con l’esperimento AMELIA (Atmospheric Mars Entry and Landing Investigations and Analysis), suo principale payload.Era uno strumento di analisi delle grandezze fondamentali dell’ atmosfera marziana ( densità, pressione,temperatura), e più in generale delle dinamiche connesse alla circolazione dei venti e alla presenza di aerosols: insomma un progetto di studio meteorologico molto avanzato, in quanto condotto ai diversi strati incontrati lungo la discesa, dalla quota di 130 chilometri fino al suolo ( ove erano in programma studi altrettanto specifici) e che quindi è stato espletato solo in parte. In passato, e quindi con tecnologia più arretrata,una simile attività era stata realizzata dai Viking 1 and 2, dal Mars Pathfinder, Mars Exploration Rovers (Spirit and Opportunity) e qualche anno fa da Phoenix.Ma l’unico altro esperimento di studio al suolo della struttura atmosferica marziana era stato compiuto molto tempo fa: era il 1973 e la missione era la sovietica Mars 6.Oltre all’analisi atmosferica verticale, Schiaparelli doveva poi fornire dati integrativi di quelli inviati dall’orbiter in merito alla  geomorfologia del terreno, combinando la mappatura del sito di atterraggio con le immagini della camera di discesa DECA. L’importanza degli studi del terreno marziano la sottolinea Jean-Pierre Bibrenh, il guru degli studi cosmogonici presso l’Istituto di Astrofisica Spaziale, IAS-Orsay di Parigi: “Su Marte ci sono terreni che risalgono a diversi miliardi di anni fa, lo sappiamo per certo perché la presenza di acqua ha modificato i minerali sulla superficie. Siamo riusciti a dimostrare che ci sono strati di argilla che risalgono a 4 miliardi di anni fa, testimoni di quello che è successo in passato. È possibile che questi strati di argilla abbiano contenuto forme di vita come sulla Terra, anche se non c’era acqua ma carbonio.”

Al di là del triste epilogo della sonda Schiaparelli, l’affascinante accostamento tra Marte e la vita extraterrestre è sempre attuale, perché in fondo certe dinamiche (anche se solo ipotizzate ) non possono che essere intimamente connesse all’evoluzione,alle modifiche e ahimè all’estinzione di ogni specie vivente che abiti il Cosmo, e la nostra non è speciale. I canali di Schiaparelli  non c’erano, certo, ma sempre più scientificamente promettenti sono le metodiche di ricerca volte a provare se strutture biologiche semplici o avanzate ci furono in passato sul pianeta rosso o altrove.Ed abbiamo tutte le ragioni per procedere così. Dice sempre Rodionov che : “Per quanto riguarda questo argomento, abbiamo già prove sufficienti sulla presenza di forme di vita in passato su Marte. Ora speriamo di arrivare ad avere la prova inconfutabile. Sono ottimista.“ C’è però da augurarsi che i superstiti non fossero sulla traiettoria di discesa di Schiaparelli….

 

Posted in Astro | Leave a comment

Chasing a dream: addio Rosetta.

Il viaggio è durato 12 anni 6 mesi e 28 giorni, 7,9 miliardi sono i chilometri macinati. Rosetta è arrivata al capolinea.La sonda , da oltre due anni attorno alla cometa67P/Churyumov-Gerasimenko, il 30 Settembre 2016 ha effettuato l’ultima fase della sua missione, posandosi  sulla superficie del corpo ghiacciato e mandando all’umanità gli ultimi segnali di una missione ormai storica, capace di fornire materiale di analisi per parecchi anni a venire. L’ultimo viaggio è stata una lenta ma incontrollata discesa a spirale nella regione di  Ma’atche, situata dalla parte opposta del luogo sul lobo più grande, in cui si era posato Philae. L’orbiter ha continuato ad inviare immagini fino all’ultimo istante di vita dei sistemi di bordo sancito dall”accometaggio” di Rosetta, che si trovava a circa 720 milioni di chilometri da noi, in allontanamento verso il Sistema Solare esterno. Ciò è avvenuto alle alle ore 12:39 ( ora italiana). Alle 13:19 Patrick Martin, manager della missione ha preso la parola”  posso annunciare il totale successo dei questa storica discesa. Addio Rosetta, hai fatto il tuo dovere.E questa è scienza al suo meglio”.

E dire che l’avventura non era cominciata sotto i migliori auspici. La missione Rosetta doveva infatti cominciare  nei primi mesi del 2003, ed il target originale era la cometa di corto periodo 46P/Wirtanen. Ma avvenne ciò che non ti aspetti, e non prendi neanche in considerazione, specie dopo anni di frenetici preparativi per  giungere preparati all’incontro con la storia. Nel Novembre 2002 però, un razzo vettore Ariane,molto, troppo simile a quello designato per catapultare Rosetta ed il suo payload nel biliardo cosmico, esplose. Così nel Gennaio 2003 a Darmstadt si decise di annullare la timeline di missione, il cui abbrivio era schedulato per i giorni seguenti. Analizzati e risolti i problemi del vettore,  la finestra temporale per l’esplorazione di quella cometa si era però chiusa. Successivamente gli scienziati dell’ ESA furono rapiti dalla stranissima forma di una cometa e decisero che quest’ultima sarebbe stata il bersaglio di Rosetta. Visto come sono andate le cose, si potrebbe dire che quegli intoppi furono provvidenziali per rendere la missione Rosetta lo straordinario successo che oggi attestiamo, perché parte del merito della valenza scientifica della missione, va proprio alla natura della cometa 67/P.

L’importanza scientifica della missione è di grande respiro, in particolare per due aspetti:

  • per la prima volta l’umanità, nel Novembre del 2014 ha posato in modo controllato un lander ( Philae) sul suolo di un corpo non planetario del Sistema Solare.
  • sono state raccolte inedite informazioni con alto grado di risoluzione sulla composizione cometaria, cosa che permetterà di meglio comprendere la reale natura di questi oggetti, veri fossili ghiacciati primordiali, ed aggiungere importanti tasselli al puzzle della formazione del Sistema Solare e dell’ evoluzione della vita sulla Terra.

 In particolare, tra i dati raccolti dallo spettrometro di massa di bordo dell’ orbiter nell’intervallo tra Settembre 2015 e Marzo 2016,  sono state isolate molecole di ossigeno biatomico in percentuale del 3,8 % della chioma gassosa di 67P, che in quei mesi si stava avvicinando al sole e subiva la sublimazione dei suoi strati esterni con formazione di gas ( vapore d’acqua) e polveri di materiale roccioso che veniva rilasciato. La scoperta è molto importante.L’ossigeno biatomico è quello che respiriamo qui sulla Terra ed è più stabile di quello atomico. In condizioni alterate dalle forti concentrazioni, diventa anch’esso fortemente reattivo e produce radicali liberi ed altre specie molecolari. Lo stesso Carl Sagan riteneva che un’ eventuale forma di vita aliena avrebbe potuto stabilire che il nostro pianeta è abitato, proprio dalla presenza di ossigeno e carbonio, mantenuti costanti ad opera di respirazione e metabolismo dei viventi. Se infatti non operassero tali processi, nel giro di qualche milione di anni , l’atmosfera sarebbe stata privata di questi due elementi molto reattivi.Dove origina questa specie di ossigeno? Non lo si sà con certezza ma si è fatta strada l’affascinante ipotesi che esso possa risalire addirittura agli albori del Sistema Solare. Del resto pare assodato in cosmogonia che 4,5 miliardi di anni fa, all’epoca di formazione dei corpi ghiacciati come 67/P, elementi volatili rimasero imprigionati in piccolissime strutture di roccia e ghiaccio d’acqua che poi aggregatesi avrebbero dato luogo alle comete come ci appaiono oggi. Nel cavalcare questa suggestiva ipotesi si incontrano però alcuni problemi di non poco momento, il più importante dei quali è legato all’abbondanza di idrogeno (78% dell’ intero universo). Resta quindi da spiegare come mai la molecola di Onon abbia reagito con l’idrogeno prima di venire intrappolata nel materiale cometario. Per gli studiosi, in talune circostanze di pressione, temperatura ed abbondanza chimica dell’ elemento, ciò sarebbe anche possibile.

Anche Philae ha detto la sua.Oltre ad immagini ad alta risoluzione, nei pochi giorni in cui è stato possibile impiegarlo alla fine del 2014, ha rilevato la presenza di molecole potenzialmente organiche e ci ha consegnato un suolo cometario più compatto di quanto si ritenesse fino ad allora.

Tra l’altro il robottino ESA ha raccolto alcuni dati capaci di avallare teorie che dividono la comunità scientifica.Parliamo dell’ acqua della cometa Churyumov-Gerasimenko.Secondo molti ricercatori la Terra possedeva acqua allo stato liquido già al compimento della sua formazione 4,5 miliardi di anni fa e poi sarebbe evaporata a seguito di uno o più eventi importanti. Seguendo la teoria, sarebbero state proprio le comete a reintrodurla.Ed una parziale conferma empirica di ciò era venuta nel 2010 dall’analisi dei campioni ghiacciati della cometa Hartley 2, allora visitata dalla sonda NASA EPOXI: quel corpo conteneva acqua della stessa specie di quella che abbiamo sulla Terra.Anche Philae ha scoperto l’acqua, ma la sua natura chimica fa scricchiolare quella teoria. Secondo le analisi effettuate dal team della dottoressa dell’Università di Berna Kathrin Altwegg, si tratta infatti di acqua pesante, così chiamata perché nel composto in luogo dell’idrogeno ordinario (prozio) che ha un protone e nessun neutrone, compare l’isotopo deuterio che ha un protone ed un neutrone e che naturalmente non è presente negli oceani mari e laghi terrestri.E allora? Al di la del fatto che altri studiosi mettono in discussione l’attendibilità delle risultanze sulla natura dell’acqua della 67/P attraverso l’ impiego di un solo strumento, se non sono state le comete ad arricchire di acqua il nostro  pianeta, potrebbero averlo fatto gli asteroidi che agli albori del Sistema Solare vagavano a miliardi  (planetesimi) prima che il processo di accrezione ne saldò buona parte nei corpi maggiori che conosciamo oggi ( pianeti in primis). Questi oggetti pare abbondassero di acqua.

La spiraleggiante discesa finale  di Rosetta è stata pianificata per evitare un rimbalzo con conseguente re-immissione in orbita. Per la verità  non  sappiamo come sia realmente andata, perché l’atterraggio di Rosetta sulla cometa non era controllato ed i sistemi di bordo, erano programmati per spegnersi al momento dell’impatto che si ritiene essere avvenuto ad un rateo di discesa di 90 centimetri al secondo.Non molto e gli strumenti potrebbero non avere risentito più di tanto dell’urto. Sappiamo però per certo che la sonda non irradia più quei segnali che dal silenzio, con un picco di densità, tornarono ad improntare lo spettro radio quando Rosetta fu risvegliata dal forzato letargo del 2014. Il centro europeo per le operazioni spaziali (ESOC) conferma quindi la fine delle operazioni. Perché non ci si è riservata la possibilità di una ardita riattivazione in futuro?. Dopotutto la Churyumov-Gerasimenko ha periodicità 6,5 anni ed in passato le sonde Pioneer e Voyager hanno inaspettatamente trasmesso deboli segnali per anni dopo la fine ufficiale delle relative missione.Questa scelta è frutto di un protocollo d’intesa firmato negli ultimi anni da ESA,NASA,JAXA e le altre maggiori agenzie spaziali del globo al fine di contenere i disturbi radio nell’ambito dell’ esplorazione automatizzata del Sistema Solare Esterno. Ed evitare falsi positivi in merito ad ipotetici messaggi alieni.Ricordate a questo proposito le vicissitudini del wow! signal del 1977?

In generale, e’ un bene che gli operatori delle esplorazioni spaziali inizino seriamente a darsi delle regole operative ispirate alla conservazione dell’ integrità dell’ ambiente esplorato.Anche la vicenda del probabile inquinamento batteriologico di un fazzoletto di suolo marziano causato dalle sonde Viking docet.

Razionale era stata anche la decisione, maturata precipuamente forse più per ragioni di pace interna…. , di terminare la missione dopo un’ attenta valutazione del bilancio benefici/costi  e delle problematiche connesse al gran tour del Sistema Solare, come la carenza di illuminazione solare sufficiente a produrre l’energia capace di far funzionare le apparecchiature di bordo. Va poi considerato che la sonda era in viaggio da 12 anni ed in orbita da due; due anni non sono molti, ma gli stress termici e le sollecitazioni causati dalle esalazioni di ghiaccio, gas e polveri di una cometa, provocano una morte precoce delle delicate componenti spaziali.

 

In 20 anni Rosetta è costata complessivamente ( dalla progettazione di orbiter e lander all’ultima fase operativa di queste ore) 1 miliardo e 400 milioni di euro, cioè circa 3,50 euro per ogni cittadino dell’Unione Europea.Qualcuno ha sottolineato che questo sia n importo inferiore a quanto non si spenda per vedere un film di fantascienza al cinema, solo che qui è stato tutto reale…

Alla riuscita delle imprese di Rosetta e Philae è stato fondamentale il contributo italiano attraverso la nostra agenzia spaziale ASI. Ma esse sono legate anche al nome di Andrea Accomazzo, Flight Director ESA della missione e scienziato dell’ anno 2014. Andrea è mio compaesano ed amico ed in quei giorni di giubilo e trepidazione del Novembre 2014 mi dedicò questa immagine. E’ una delle migliori arrivate a Darmstadt dallo spazio profondo, ripresa dal ccd di Rosetta quando Philae si era già posato sull’affascinante corpo ghiacciato.

dedica

L’immagine di 67P/Churyumov-Gerasimenko e la dedica di Andrea Accomazzo. I due lobi della cometa sono qui ripresi nel Marzo 2015 dalla camera Osiris dell’orbiter Rosetta a circa 90 chilometri di altezza dalla superficie ghiacciata. E’ ormai certo che essi si attrassero gravitazionalmente impattando in modo soft.

Per curiosità, provando a processare questa immagine della cometa con qualche filtro usato in astrofotografia, si possono meglio enucleare le differenze strutturali delle due regioni che la compongono e la presenza di una sorta di giuntura centrale tra esse: i due lobi cometari non hanno la stessa origine ma si sono saldati attraverso un incontro soft.

dedica3

 

Posted in Astro | Leave a comment